La sindaca Veronica Marcacci Rossi: “La nostra è una scuola raccolta, non dispersiva e soprattutto inclusiva”. La direttrice Alexandra Lanini: “Educare alla partecipazione significa permettere a ogni bambino di scoprire che la propria voce conta”
Il nuovo anno scolastico 2026/27 si apre a Brissago con un progetto d’istituto dedicato al tema dei ritmi. Un filo conduttore che accompagnerà 79 allievi, distribuiti in cinque sezioni complessive dalla scuola dell’infanzia alla scuola elementare, insieme a 16 docenti tra titolari, insegnanti di materie speciali e docenti specializzati. Una scuola relativamente piccola, quella di Brissago, con tutti i valori e i vantaggi che ne conseguono.
“Piccolo è bello – sottolinea la sindaca Veronica Marcacci Rossi, che è anche responsabile del Dicastero educazione – è uno slogan nel quale credo profondamente e che descrive bene il nostro istituto scolastico. Le sue dimensioni ci permettono di seguire più da vicino i bambini, di dedicare maggiore attenzione alle loro esigenze e di proporre attività particolari, come la scuola nel bosco e le giornate d’istituto. È una scuola raccolta, non dispersiva e soprattutto inclusiva, capace di insegnare ai bambini a rivolgere lo sguardo anche verso chi è più fragile e vive situazioni diverse dalle loro”.
Un altro tema che sta particolarmente a cuore alla sindaca è il ruolo del docente, che a suo parere deve tornare ad essere riconosciuto e rispettato. “Oggi troppo spesso gli insegnanti vengono ritenuti responsabili delle difficoltà scolastiche o comportamentali degli allievi e diventano il bersaglio delle frustrazioni delle famiglie. In realtà, il loro compito è diventato ancora più complesso: richiede preparazione, sensibilità e una forte capacità di comprendere i ragazzi e accompagnarli nella crescita. I docenti sono fondamentali per le nuove generazioni e, molto spesso, rappresentano per i bambini una seconda famiglia”.
Un concetto che trova conferma nelle parole della direttrice, Alexandra Lanini, alla quale abbiamo chiesto di raccontare il progetto che farà da fil rouge quest’anno. Un progetto che rappresenta una continuità con il lavoro svolto durante lo scorso anno scolastico, quando l’Istituto aveva scelto di interrogarsi sul valore della lentezza.
Fermarsi, osservare, attendere e dedicare tempo alle relazioni e all’ascolto erano stati alcuni dei temi centrali. Ma proprio i bambini hanno rimesso in discussione il punto di partenza: “Sì, ma non è sempre semplice rallentare. Non va sempre bene. Si rischia di arrivare in ritardo, di rimanere indietro”.
Una considerazione apparentemente semplice, ma capace di cambiare la prospettiva degli adulti e di orientare il nuovo progetto.
“Se vogliamo che bambini e bambine siano realmente partecipi dei percorsi educativi che li riguardano – spiega Lanini – le loro parole non possono rappresentare soltanto una conclusione interessante da raccogliere e conservare. Possono diventare un punto dal quale ripartire, capace di modificare le domande degli adulti e di orientare nuove esperienze”.
È da qui che nasce il tema scelto per il nuovo anno: dalla lentezza all’ascolto dei ritmi.
La riflessione parte da un principio preciso: la scuola non è soltanto il luogo nel quale si acquisiscono conoscenze disciplinari, ma anche uno spazio in cui si impara progressivamente a comprendere la realtà, a sviluppare autonomia e responsabilità e a partecipare alla vita della comunità.
Secondo la direttrice, partecipare non significa semplicemente essere coinvolti in attività già stabilite dagli adulti. Significa poter osservare, porre domande, esprimere un punto di vista, confrontarlo con quello degli altri e contribuire, secondo la propria età e le proprie possibilità, alla costruzione del percorso educativo.
Il passaggio dalla lentezza ai ritmi nasce proprio da questa impostazione. Non si tratta di insegnare che andare piano sia sempre meglio o che la velocità sia necessariamente negativa. La vita è fatta di tempi differenti.
“Ci sono momenti – spiega Alexandra Lanini – nei quali occorre fermarsi e altri nei quali è necessario agire; momenti per attendere e altri per prendere una decisione; momenti nei quali abbiamo bisogno degli altri e altri nei quali cerchiamo uno spazio per noi stessi”.
Educare all’ascolto dei ritmi significa quindi aiutare bambini e bambine a riconoscere il proprio tempo, ma anche a comprendere che esso convive con quello degli altri. Ci sono i ritmi delle relazioni, del corpo e delle emozioni; il tempo necessario per imparare, che non è uguale per tutti; e i ritmi della natura, spesso differenti da quelli imposti dalle abitudini e dai modelli della società.
Da questa prospettiva possono nascere domande apparentemente semplici, ma capaci di aprire riflessioni più ampie. Quanto tempo impiega una zucchina per crescere? Perché ci aspettiamo di trovarla al supermercato durante tutto l’anno? Per quanto tempo utilizziamo un oggetto di plastica e quanto ne occorrerà perché si deteriori? Abbiamo tutti bisogno dello stesso tempo per imparare? Il desiderio di parlare coincide sempre con il bisogno dell’altro di ascoltare?
Sono interrogativi che permettono anche ai più piccoli di avvicinarsi al concetto di interdipendenza e di comprendere progressivamente che le scelte individuali e collettive producono conseguenze.
Il progetto si inserisce così nella Formazione generale prevista dal Piano di studio ticinese e nella prospettiva dell’educazione allo sviluppo sostenibile. Non come un argomento aggiuntivo da affiancare alle discipline, ma come un modo per mettere bambini e bambine nelle condizioni di interrogare la realtà, comprenderne le relazioni e assumere progressivamente un ruolo attivo e responsabile.
Il tema accompagnerà l’intero istituto, senza tuttavia imporre a tutti lo stesso percorso. Ogni gruppo potrà esplorarlo partendo dall’età degli allievi, dalle esperienze vissute e soprattutto dalle domande che emergeranno. Per alcuni potranno diventare centrali i ritmi del corpo, delle emozioni e delle relazioni; per altri quelli della natura e della società, oppure la misurazione e la rappresentazione del tempo.
“Un tema comune – sottolinea la direttrice – non significa necessariamente fare tutti la stessa cosa. Significa piuttosto condividere una cornice entro la quale possano svilupparsi percorsi differenti, capaci di accogliere le peculiarità dei gruppi e di lasciare spazio all’iniziativa e al pensiero dei bambini”.
Durante l’anno verranno raccolte parole, domande, fotografie, disegni, osservazioni e scoperte. La documentazione non servirà soltanto a conservare una traccia del lavoro svolto, ma diventerà essa stessa uno strumento di apprendimento, partecipazione e valutazione. Permetterà ai bambini di tornare sulle esperienze, discuterle, riconoscere ciò che è cambiato e decidere insieme quali aspetti meritino di essere approfonditi o raccontati agli altri.
Da questo lavoro nascerà infine un’agenda d’istituto. Non sarà semplicemente il prodotto finale del progetto, ma la testimonianza collettiva di un anno di ricerca, costruita attraverso le molte voci che abitano la scuola. Saranno le esperienze, le domande, le scoperte e le rappresentazioni dei bambini a determinarne progressivamente i contenuti.
La sfida educativa è dunque quella di non offrire risposte precostituite, ma di creare le condizioni affinché bambini e bambine imparino a osservare, interrogarsi, scegliere e partecipare.
“Imparare ad ascoltare i propri ritmi, quelli degli altri e quelli del mondo – conclude Alexandra Lanini – significa anche imparare che viviamo dentro relazioni delle quali siamo parte. Ed educare alla partecipazione significa, fin dai primi anni di scuola, permettere a ogni bambino di scoprire che la propria voce può contribuire a comprendere e, progressivamente, a trasformare il mondo che abita”.